Tanto per iniziare

Dopo tanti tentennamenti ho deciso di provare a mettere su un blog personale in cui condividere idee, conoscenze, esperienze su un ambito importante per la vita di tutti noi. Perché? perché capire (almeno un po’) di economia e saperne leggere i numeri ci aiuta ad essere cittadini più consapevoli e se ognuno di noi è più consapevole delle proprie scelte le cose non potranno che migliorare per tutti. Eppoi ognuno di noi deve confrontarsi con tante situazioni quotidiane in cui può succedere che si senta davanti ad un compito per il quale non abbiamo studiato: bene, allora! studiamo assieme! 🙂 Mi piacerebbe ricevere commenti, proposte di nuovi argomenti, domande specifiche… Certo, la maggior parte delle volte non si tratterà di ricevere una consulenza (per questo ci sono i professionisti), ma il mio desiderio è di aiutare ad imparare a farsi le domande giuste e a trovare le risposte (anche da soli) nei posti giusti.

Ci riuscirò? lo spero e spero anche di divertirmi… Grazie fin d’ora a tutti quelli che vorranno unirsi a me in questa avventura.

Parliamo di banche…

Dopo un po’ di tempo eccomi qui di nuovo. Da tempo cerco ispirazione per scrivere di questo argomento che nel dibattito quotidiano è molto divisivo e sul quale accade, talvolta, che ci siano delle persone in buona fede che sostengono una cosa ed anche il suo contrario… Esagero? vedremo alla fine della lettura…

Negli ultimi anni non poche volte abbiamo sentito parlare di banche che sono andate male e nel cui “crack” sono stati coinvolti dei risparmiatori inconsapevoli o truffati. Ma cosa è successo realmente? È successo che alcune banche sono state poste in “risoluzione” e quindi gli azionisti di queste banche hanno perso tutto quello che avevano investito in queste banche come azionisti o come obbligazionisti (quindi avendo prestato denaro). Ma perché queste banche sono state poste in “risoluzione”? perché i loro conti (quelli che comunemente chiamiamo “bilanci”) erano cosí cattivi che quelle banche non potevano piú restare sul mercato. È quello che succede anche alle aziende “comuni” per le quali viene dichiarano il fallimento perché sono in perdita e/o hanno debiti troppo alti che non riescono a ripagare .

Facciamo un approfondimento su questo. Cosa succede quando un’impresa chiude e viene dichiarata fallita? che chi aveva messo i soldi nell’impresa perde tutto perché ci sono i creditori da rimborsare. Per esempio, un’azienda viene dichiarata fallita e e ha all’attivo 400.000 di cui:

100.000 euro di capitale (versato dai proprietari ovvero gli azionisti se si tratta di una società per azioni)

200.000 euro di crediti verso clienti

un immobile che può essere venduto a 100.000 euro

Al passivo invece ha i debiti per 800.000 euro, di cui :

  • 100.000 euro di retribuzioni e TFR verso i dipendenti
  • 130.000 euro verso lo Stato tra imposte non pagate e contributi e IVA non versati
  • 70.000 euro verso la banca che ha erogato il mutuo per l’immobile.

Cosa significa tutto ciò? che pur vendendo l’immobile, bruciando tutto il capitale sociale e riscuotendo tutti i crediti i debitori non riceveranno che metà dei loro soldi. La faccenda è in realtà un po’ piú complicata perché non tutti i creditori dell’azienda hanno gli stessi diritti perché ci sono dei creditori privilegiati: lo Stato per i debiti fiscali, i lavoratori per i loro stipendi, i creditori che vantano un diritto di ipoteca etc. Nella nostra ipotesi significa che dei 400.000 euro di attivo 200.000 euro devono essere utilizzati per pagare lo Stato, i dipendenti e la banca che ha fatto il mutuo e 200.000 euro per ripagare gli altri 600.000 euro di debiti. Un bel problema per i creditori di questa azienda che se va bene prenderanno un terzo di quanto gli spetta…

Ebbene questa situazione può capitare anche ad una banca e spesso è determinata dal fatto che chi ha preso dei soldi in prestito dalla banca non riesce più a restituirli (sono le cosiddette “sofferenze” bancarie) e questo è un problema molto serio perché le banche non prestano soldi propri ma soldi che a loro volta le banche hanno preso a prestito. E da chi? in gran parte dai correntisti privati o aziende che siano e, in minor misura, dagli obbligazionisti o da altre banche o istituzioni.

Solo per statistica in Italia le sofferenze delle banche a giugno 2019 ammontavano a quasi 100 miliardi di euro, le inadempienze probabili (cioè i crediti che rischiano di trasformarsi in sofferenze) a più di 75 miliardi; appena 5/6 anni fa questi importi erano doppi, quindi un problema spaventoso.

Ma torniamo a noi: cosa succederebbe quindi se una banca venisse lasciata fallire? potrebbe succedere che i creditori della banca abbiano più indietro il loro denaro: ma ci pensate? avete il vostro conto corrente e… zac! un giorno vi spariscono tutti i soldi! tremendo… Ma grazie al cielo le cose non stanno cosí: fin dal secolo scorso i soldi del nostro conto corrente sono garantiti fino a 100.000 euro dal Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi (FITD), uno schema assicurativo obbligatorio a cui tutte le banche prendono parte: in buona sostanza se una banca viene liquidata o dichiarata fallita, i correntisti che hanno meno di 100.000 euro sul conto possono stare tranquilli perché in 7/10 giorni il FITD gli rimborserà le somme. Stiamo parlando di cifre sicuramente enormi per una persona comune, mentre le aziende devono stare attente se hanno più di 100.000 su di un conto corrente a capire se la banca è affidabile o meno.

Inoltre, fin dal secolo scorso, è difficilissimo che si lasci che una banca fallisca.

Qualche domanda che sarà venuta leggendo: ma i soldi nel FITD chi li mette? li mettono le banche prelevandoli dagli utili ogni anno (risposta semplificata ma va bene perché di massima è così). Ma quindi i soldi sul conto corrente sono a rischio? no, fino a 100.000 euro di giacenza no, c’è il FITD, oltre quella soglia sì, potenzialmente potrebbero andare persi se la banca venisse posta in “risoluzione”, liquidazione o dichiarata fallita.

In questi sfortunati casi però prima di rimetterci i correntisti chi ci rimetterebbe sarebbero altre due categorie di persone: gli azionisti della banca e altri creditori della banca diversi dai correntisti che hanno prestato alla banca dei soldi senza “privilegi” (gli obbligazionisti non privilegiati).

Tutto chiaro finora?

Allora cosa è successo di così eclatante nei casi tristemente assurti alla cronaca? è successo che ci sono state delle persone che hanno perso tutto quello che avevano investito in alcune banche come azionisti oppure prestando dei soldi comprando delle obbligazioni non assistite da privilegi.

Ma come mai se n’è parlato così tanto? in Italia ogni anno falliscono migliaia di imprese e migliaia e migliaia di debitori ci rimettono i propri crediti e migliaia e migliaia di proprietari ci rimettono i propri capitali come mai allora questi casi delle banche hanno suscitato così tanto scalpore? Ci sono almeno quattro motivi:

1 – migliaia di risparmiatori sono stati sovente spinti a fare un investimento nel capitale delle banche in questione senza capire che i conti della banca erano “cattivi”;

2- migliaia di risparmiatori sono stati spinti anche a prestare dei soldi a queste banche senza privilegio alcuno e senza capire che i conti della banca in questione erano “cattivi”;

3- gli amministratori di queste banche hanno sovente non avuto cura sufficiente dei conti della banca o hanno goduto della loro posizione per prestare denaro in modo clientelare ad imprese ed individui che poi non li hanno restitituiti (le “sofferenze” di cui parlavamo prima);

4- sempre costoro hanno spesso abbellito i conti della banca e hanno nascosto le “magagne” agli ispettori della Banca d’Italia (anche se molte delle situazioni che poi sono diventate irrimediabili erano già all’attenzione da ben prima presso la Banca d’Italia).

Tirando le somme di questa lunga lettura. Spero che a questo punto siano evidenti tre aspetti fondamentali.

Il primo: quando si dice che si devono lasciar fallire le banche si sta implicando che i risparmiatori che hanno prestato soldi alla banca come correntisti possano perdere tutto (sopra i 100.000 euro coperti dal FITD), che i lavoratori perdano il posto di lavoro e che tutto quanto di buono c’è ancora nella banca venga distrutto: è una cosa sensata questa? non è meglio invece cercare di fare della banca in crisi due pezzi (la parte sana e quella malata, la good bank e la bad bank in inglese) come avviene nelle procedure di risoluzione e dare continuità alla parte sana sotto il cappello di una banca piú grande e più forte? davvero sarebbe meglio buttare via il bambino con l’acqua sporca?

Il secondo: quando si dice che le banche non vengono mai lasciate fallire perché lo Stato ci rimette lui i soldi, si dice una cosa semplicemente errata. Negli ultimi anni (salvo il caso di Monte dei Paschi di Siena) lo Stato non è mai intervenuto direttamente a “salvare” una banca coi soldi dei contribuenti, vero che in molti dei casi ha fornito delle garanzie perché delle banche piú forti e grandi si prendessero in pancia i pezzi buoni delle banche messe in risoluzione ma non è affatto detto che questi soldi siano persi, si vedrà con il tempo se le garanzie saranno escusse. Il punto è che i “casini” di cui si è parlato in questi anni sono sorti proprio perché esiste una regolamentazione a livello europeo che impone agli Stati di NON intervenire e che quindi impone che a rimetterci siano gli azionisti della banca ed i creditori non privilegiati (obbligazionisti senza privilegi e correntisti sopra i 100.000 anche se in Italia non è mai successo che i correntisti venissero chiamati a pagare il conto). La regolamentazione europea garantisce che i soldi dei contribuenti NON vengano usati per salvare le banche in crisi…

Il terzo: non è vero che in Italia i banchieri non ci rimettono mai i soldi. In tutti i casi di cronaca degli ultimi anni gli azionisti grandi e piccolo hanno perso tutto. Per i “piccoli” è poi intervenuto lo Stato, per i grandi ci sono state solo le perdite.

Per questa puntata è tutto. Spero che la lettura sia risultata utile per avere qualche strumento in più per la di lettura della realtà.

Alla prossima! e se avete commenti o domande sono qui!

P.S. Nei casi delle banche “risolte” é stato previsto un Fondo a carico dello Stato per rimborsare anche gli azionisti e gli obbligazionisti delle banche, quindi di fatto alla fine chi ci ha rimesso sono stati i contribuenti in contrasto teoricamente con la normativa europea, ma come mai? L’intervento dello Stato (coi nostri soldi) è dovuto al fatto che la stragrande maggioranza dei risparmiatori sono stati truffati al momento di investire o di prestare soldi a queste banche. Gli amministratori di queste banche sono quasi tutti a processo e moltissimi sono stati multati dalla Banca d’Italia per ostacolo alla vigilanza.

Gli italiani avranno imparato la lezione? io non credo, visto che il caso della Popolare di Bari non è dissimile da quelli delle popolari venete. Serve disperatamente più cultura finanziaria. Ed io nel mio piccolo sto cercando di fare qualcosa…

Chi conosce PagoPA? episodio 2

Dopo un po’ di tempo sono di nuovo qui a scrivervi di PagoPA. Sono sempre di più le pubbliche amministrazioni che permettono di pagare con PagoPA e di solito evidenziano questo utilizzando il logo PagoPA. Ma se avete ricevuto un avviso e volete pagarlo dal sito della pubblica amministrazione come si fa? questo è di solito scritto nell’avviso quindi provate a leggere bene la parte superiore dell’avviso.

Se decidiamo di pagare dal sito della PA ci viene chiesto o il codice dell’avviso oppure ci viene permesso di entrare nel sito con SPID e lí troviamo il nostro “estratto conto”.

Usiamo come esempio PiemontePAY (https://pay.sistemapiemonte.it/epayweb/): se il vostro comune ha aderito a PiemontePAY lo avrà indicato nell’avviso, andando sulla pagina di PiemontePAY voi potrete pagare o scegliendo Accesso libero e poi digitando il codice dell’avviso oppure scegliendo Login e accedendo con SPID troverete l’estratto conto da dove potrete procedere per pagare.

Pagina iniziale PiemontePAY
Pagina dopo selezione Accesso libero
Schermata PiemontePAY dopo selezione Login e accesso con SPID

Con l’accesso libero si possono fare anche dei pagamenti spontanei (quindi quelli per i quali non abbiamo ricevuto l’avviso), mi raccomando sempre che il nostro comune abbia aderito a PiemontePAY e vi abbia detto che questo è possibile :). Per scoprire se il vostro comune ha aderito basta scegliere Paga con PiemontePAY in una delle due pagine precedenti.

Pagamento spontaneo su PiemontePAY

Nel caso del pagamento spontaneo ci vengono richiesti i Riferimenti (Passo 1) ed i Dati personali (Passo 2), se utilizziamo lo IUV veniamo proiettati direttamente al passo 3 Riepilogo. Io per fare un esempio ho simulato un pagamento per il Comune di Biella.

Dopo il passo 3 si viene inviati su una pagina web che è sempre uguale in tutta Italia e ci viene chiesto se vogliamo entrare con SPID oppure con la mail, entrando con la mail appare questa videata:

Accettando le regole per la privacy continuiamo e ci troviamo poi su questa pagina:

Se scegliamo Carta di credito/debito e digitiamo il numero della nostra carta di credito sarà il sistema a proporci l’alternativa più conveniente in termini di condizioni e ci verrà chiesto se vogliamo salvare questa preferenza per le volte successive.

Se scegliamo Conto corrente faremo un bonifico on line per i quale troveremo tutti i campi compilati e che dovremo solo confermare il che è molto comodo non è detto che troveremo la nostra banca perché non tutte le banche lo permettono… 😦 Se ci piace avere il bonifico online per i pagamenti con PagoPA quindi dovremo cambiare banca… 😉

Se scegliamo Altri metodi di pagamento troviamo due cose interessanti:

Selezione Altri metodi di pagamento

Satispay ci permette di pagare senza commissioni, si sceglie Satispay, poi si apre l’app sul telefono e si conferma l’operazione ed in pochi secondi abbiamo fatto.

Se invece abbiamo una carta Bancomat possiamo chiedere alla nostra banca di abilitarci a Bancomat PAY (ci chiederanno un numero di telefono dal quale confermare la transazione) una volta che saremo abilitati potremo usare il Bancomat e cosi non abbiamo bisogno né della carta di credito né di Satispay o PayPal.

Una volta completato il pagamento sull’indirizzo mail indicato arriverà la Ricevuta Telematica che dovremo conservare.

Se interrompiamo il pagamento ci arriverà comunque una Ricevuta Telematica ma con esito negativo.

Spero che questo piccolo excursus sia stato utile. Se vi va potete anche guardare il video ufficiale su https://www.pagopa.gov.it. E se avete domande o dubbi commentate pure! A presto!

Come si costruisce la nostra pensione?

È di questi giorni la notizia che il Ministero del Lavoro ha comunicato che il tasso di rivalutazione del montante contributivo “accumulato” dai lavoratori presso l’INPS per il 2020 è pari all’1,8254%. Ma che vuol dire in concreto per noi? come si calcola la pensione?

Anzitutto chiarisco che stiamo parlando del solo mondo “Contributivo” ovvero quello tipico di tutti coloro che hanno iniziato a lavorare dal 1 gennaio 1996 e che si applica a tutti i lavoratori dal 1 gennaio 2012.

Nel mondo contributivo la pensione di domani dipende da quanto versiamo oggi tra l’impresa in cui lavoriamo e noi stessi. Ogni mese circa il 33% della retribuzione lorda viene accantonata presso l’INPS, il lavoratore di solito ci mette circa il 9% della retribuzione e l’azienda circa il 24%. In pratica, è come se avessimo una specie di “conto” presso l’INPS che cresce ogni mese di circa il 33% della nostra retribuzione lorda mensile, quindi, facendo un esempio, un lavoratore che ha un retribuzione mensile lorda di circa 2.000 euro ogni mese vede “accreditati” su questo “conto” circa 660 euro ogni mese, quindi (con tredici mensilità) circa 8.580 euro ogni anno.

Queste somme non restano infruttuose e ogni anno legalmente abbiamo diritto ad una rivalutazione, insomma è come se queste somme sul nostro “conto” maturassero un “interesse”, la cifra di cui parlavamo all’inizio (1,8254%) è proprio l’interesse maturato sui contributi versati fino al 31/12/2018. Per cui, riprendendo il nostro esempio, se il lavoratore fosse stato al suo primo anno di lavoro nel 2018, ad inizio 2020 avrebbe sul suo “conto”:

  • gli 8.580 euro accantonati nel 2018
  • gli 8.580 euro accantonanti nel 2019 (supponendo che non abbia avuto variazioni retributive)
  • 156,62 euro che sono la rivalutazione degli accantonamenti del 2018 (8.580*1,8254%)

in totale quindi il nostro lavoratore avrebbe un montante contributivo pari a 17.316,62 euro.

Ma da cosa deriva il “tasso” (più correttamente coefficiente) di rivalutazione dell’1,8254%? il coefficiente è pari al tasso medio di variazione del PIL nominale del quinquennio 2014-2018. Che vuol dire? abbiamo parlato qualche tempo fa di valori nominali e valori reali, ma facciamo un esempio: nel 2018 il PIL è aumentato dello 0,9% % ma il PIL è una grandezza reale e le grandezze del PIL sono soggette ad inflazione, quindi dal punto di vista nominale l’ISTAT ci dice che il PIL nel 2018 è aumentato dell’1,7% (che vale a dire che i prezzi delle componenti del PIL sono aumentati nel 2018 dello 0,8%).

In pratica più cresce il PIL più il nostro “conto” presso l’INPS aumenta, quindi dobbiamo alacremente contribuire a far crescere l’Italia per il nostro stesso tornaconto! 🙂

Ma che c’entra tutto questo con la nostra pensione? beh, ora sappiamo che anno dopo anno noi e la nostra azienda “versiamo” dei soldi in questo conto presso l’INPS (la nostra posizione previdenziale, detta più correttamente) e questi soldi sono rivalutati in base a come va il PIL (nominale per esser precisi). Detto che la somma delle somme versate e dei rendimenti nei vari anni si chiama montante (ne abbiamo parlato qualche tempo fa), ognuno di noi quando andrà in pensione avrà un proprio “gruzzolo” ovvero un montante contributivo, questo montante sarà quindi trasformato in una rendita annua attraverso un coefficiente di trasformazione del montante in rendita, questi coefficienti sono stabiliti per legge e dipendono dall’età.

Ad esempio, il coefficiente di trasformazione per i lavoratori che vanno in pensione nel 2020 a 67 anni è pari al 5,604%, il che vuol dire che il lavoratore riceverà ogni anno come pensione il 5,604% del proprio montante retributivo. Volendo quindi riportarci all’esempio di cui sopra, se il nostro lavoratore (dopo soli due anni di lavoro) andasse in pensione di vecchiaia nel 2020 avrebbe una pensione pari a 970 euro all’anno (17.316,52*5,604%) pari a circa 75 euro al mese per 13 mensilità. Un po’ pochino, vero? ecco perché serve versare contributi per tanti anni…

In pratica quindi tutti noi ci costruiamo da soli la nostra pensione quindi è assolutamente importante che il nostro datore di lavoro ci versi i contributi altrimenti da anziani ci ritroveremo con un montante contributivo basso e di conseguenza anche con una pensione bassa.

Abbiamo oggi parlato della pensione pubblica (il cosiddetto “primo pilastro pensionistico”), in futuro parleremo anche della pensione integrativa (“secondo pilastro”).

C’è un utile servizio sull’INPS che ci aiuta a stimare l’importo della nostra pensione futura, chi fosse interessato può commentare o contattarmi.

Pillole di Legge di bilancio 1

In questi giorni sentiamo molto parlare della legge di bilancio, o, più correttamente, del Documento Programmatico di Bilancio ed il relativo decreto fiscale che è in preparazione.

Al solito la coperta è corta: chi non ha sentito parlare della clausola di salvaguardia? in pratica, negli anni scorsi per coprire le previsioni di spesa crescenti (tra gli esempi più recenti reddito di cittadinanza e quota 100) e le riduzioni di tassazione in alcuni contesti (ad es. l’estensione della flat tax per le partite IVA ai redditi fino a 65.000 euro) era stato previsto un forte aumento dell’IVA per il 2020 e successivi. Per il 2020 le maggiori aliquote IVA avrebbero dovuto portare circa 23 miliardi di euro, ma la pur ampia disponibilità negoziata con la Commissione UE di un maggior deficit di circa 15 miliardi rispetto a quanto previsto dalle regole comunitarie non era sufficiente a coprire questa cifra e quindi per non far aumentare l’IVA ci si è dovuti far venire qualche altra idea soprattutto in tema di lotta all’evasione da cui ci si aspettano più di 7 miliardi di maggior entrate.

Premesso che chi chiede di abbassare le tasse dovrebbe dire dove taglierebbe la spesa pubblica e chi chiede di aumentare le spese per una data finalità dovrebbe sempre dire dove taglierebbe la spesa in alternativa o quali entrate andrebbe ad aumentare per compensare la maggior spesa e che in Italia piace polemizzare sul nulla passeremo a fare qualche riflessione su alcuni dei temi “caldi” del momento cosi che ognuno riesca a farsi, spero, un’opinione più ragionata…

Partiamo dalla lotta all’evasione condotta a mezzo della lotta al contante.

Ci sono molte polemiche sul fatto che si voglia passare a sanzionare la mancata messa a disposizione del POS e diminuire il tetto ai pagamenti in contante ma ci sono alcuni aspetti che mi sembra importante evidenziare.

Il contante sembra senza costi ma gestire il contante è costoso per le banche (e quindi per il sistema) perché le banche per metterlo a disposizione sopportano costi e li ribaltano sulle tariffe dei servizi che tutti paghiamo. Certo le banche potrebbero in uno slancio di entusiasmo abbassare subito le commissioni per il pagamento con bancomat (più precisamente pagamento con carte di debito o prepagate) e carta di credito per favorire la riduzione dell’uso del contante, solo che se poi l’uso del contanti finisse per non diminuire le banche si troverebbero con meno ricavi e costi di gestione del contante immutati: tutti siamo bravi a fare i coraggiosi con le scelte altrui ma proviamo a metterci nei panni di chi, dovendo garantire redditività agli azionisti (ai proprietari quindi) debba prendere una decisione del genere… Non voglio difendere le banche solo provare ad arricchire il punto di vista di chi legge: nella vita incentivi e disincentivi indirizzano le nostre decisioni, bisogna sempre chiederci come bilanciarli a livello di sistema paese e come agiremmo noi se fossimo dall’altra parte…

Il contante però è costoso da gestire anche per chi lo incassa perché qualcuno dovrà pur contarlo e andarlo a depositare, per non dire dei costi di custodia che il denaro comporta, costi di frodi per le banconote false ricevute, rischi per le rapine etc… Allora quando vedo che i commercianti e i professionisti si oppongono alla diffusione dei pagamenti elettronici mi chiedo: hanno davvero valutato bene il loro costo della gestione del contante? e se sí, non è allora che si oppongono ai pagamenti elettronici perché usare il contante favorisce il nero? del resto è una semplice constatazione, mica serve pensar male… Certo, certo, ci sono categorie che hanno margini risicatissimi e quindi anche un piccolo costo dello 0,2% dell’incasso sarebbe molto gravoso ma davvero quel costo sarebbe superiore ai costi della gestione del contante? non sono del tutto convinto… Eppoi la critica sui micro-pagamenti: posso mai far pagare un caffè con la carta di credito? penso che sia ormai fatto notorio che sono presenti prestatori di servizi di pagamento che non prendono commissioni sotto i 10 euro senza costi fissi e che esistono pos senza costi fissi con commissioni sotto l’1,5%, significa su un caffè una commissione di un centesimo e mezzo. Quali sono quindi le motivazioni vere per un’opposizione tanto forte all’uso di strumenti di pagamento elettronico?

Veniamo a chi effettua pagamenti: posto che stiamo parlando di favorire l’uso degli strumenti di pagamento elettronico e che ognuno rimane libero di ricorrere al contante o meno (nei limiti che la legge impone per finalità di sistema), molti non si rendono conto che già oggi esiste una “tassa” sul contante perché banche o assimilati (Poste) non permettono sempre di prelevare in modo gratuito e quindi se per prelevare 200 euro ne paghiamo 1 di commissioni non abbiamo pagato lo 0,5% di commissioni: chi ce lo fa fare dato che se paghiamo con carta (di debito, di credito o prepagata) o con alcune app non paghiamo alcunché? quali sono gli incentivi ed i disincentivi che stanno agendo su questa scelta?

La mia riflessione è che, al di là di una crescita culturale che ci porti a fare maggior attenzione ai costi dei nostri comportamenti quotidiani (ad esempio fare ore di code in autostrada per non perdere 15 minuti per chiedere il Telepass ed altri 15 minuti per installare la relativa app), penso che il secondo ed il terzo aspetto siano molto legati: chiedo di pagare in contanti perché ho ricevuto contanti a mia volta, come commerciante, professionista o dipendente e questo giro, di solito, ha implicato nero; chiedo ai miei clienti di pagare in contanti per poter pagare fornitori e dipendenti in contanti e questo giro, di solito, implica nero; chiedo ai miei clienti di pagare in contanti perché cosí mi è più semplice occultare redditi. Non ci giro tanto intorno. Guardo quello che ho intorno, mi interrogo da economista su incentivi e disincentivi e sui comportamenti e mi sono fatto un’opinione, qual è la vostra?

Alla prossima pillola per parlare degli strumenti di lotta al nero: lotteria degli scontrini, payback sui pagamenti elettronici, fatturazione elettronica per i forfetari e altro…

Tasso semplice e tasso composto

Iniziamo questo articolo con una semplice domanda: un tasso semplice del 10% implica un tasso semestrale:

  1. inferiore al 5%
  2. superiore al 5%
  3. uguale al 5%

Qualche secondo per riflettere…. qual è la risposta giusta? la 1. Vi ritrovate? Proviamo a spiegare perché: se al 1/1 investo in un titolo di stato (ad esempio) 100 euro al tasso semestrale del 5% al 30/6 avrò ottenuto 5 euro di interessi che con i 100 del capitale iniziale fanno un montante di 105 euro (la somma di capitale e interessi in linguaggio finanziario si chiama montante). Ora supponiamo di investire questi 105 euro al 1/7 sempre al 5%, al 31/12 avremo quindi interessi per 5,25 euro.

In totale nell’anno avremmo 10,25 euro di interessi pari ad un rendimento nominale annuo del 10,25%, perciò per ottenere un tasso semplice del 10% annuo è sufficiente un tasso semestrale inferiore al 5% (precisamente il 4,88%).

Per i più curiosi, come ho ottenuto 4,88%? Allora in notazione finanziaria dato

un capitale C

ed un tasso di interesse i,

il montante è M=C+C*i=C*(1+i).

Detto M1 il montante alla fine del primo semestre ed M2 il montante alla fine del secondo semestre avremo

alla fine del primo semestre M1=C*(1+i)

alla fine del secondo semestre M2=M1(1+i)

Se sostituiamo M1 con C*(1+i) otteniamo quindi M2=C*(1+i)*(1+i)=C*(1+i)2

Dato che io voglio ottenere un M2 pari a 110 (tasso semplice annuo del 10%), devo quindi risolvere l’equazione 110=100*(1+i)2. Divido a destra e a sinistra per 100 e quindi ho 1,1=(1+i)2. Faccio quindi la radice quadrata del termine di destra e quello di sinistra e ottengo 1,0488=1+i, da cui i=4,88%.

In generale se investo C per n periodi al tasso periodale i con capitalizzazione degli interessi composta ottengo un montante pari a M=C*(1+i)n

Vi ho persi vero? 😉

Sembrava banale…

Comunque sia la maggior parte degli adulti italiani non sa la differenza tra tasso semplice e tasso composto quindi un ripassino ci stava tutto…

Chiudo un esempio: un investimento al tasso annuo semplice del 2% in 35 anni quando rende? il 70% e quanto renderebbe un investimento al tasso annuo composto del 2%? ben il 100%! viva il tasso composto allora! sempre che gli intessi ce li paghino e non siamo noi a pagarli, ovviamente…

A presto!

Chi conosce PagoPA? Episodio 1

Ha fatto notizia ieri che l’Agenzia delle entrate ha inviato per la prima volta degli avvisi di pagamento pagabili con PagoPA anziché i consueti RAV (i “classici” avvisi dell’Agenzia delle Entrate pagabili in banca). Ma cosa è PagoPA? Guardiamo un avviso

L’avviso che arriva a casa è un foglio A4.

Nella sezione superiore la pubblica amministrazione/ente creditore spiega per cosa si deve pagare.

La parte centrale serve per pagare presso le reti Lottomatica, Sisalpay, con Satispay con l’app omonima, presso i tabaccai, con alcune app di banche o altri prestatori di servizi di pagamento e con il CBILL. Il CBILL è un servizio di pagamento messo a disposizione da moltissime banche, un po’ laborioso perché prima bisogna cercare la sezione CBILL sull’internet banking, poi inserire il codice CBILL dell’ente creditore e infine inserire il codice avviso (che i più informati sanno che si chiama anche IUV Identificativo Univoco di Versamento).

La terza sezione serve per poter pagare l’avviso negli uffici postali.

La cosa bella è che qualunque pubblica amministrazione o gestore di servizio pubblico se mette a disposizione PagoPA utilizza lo stesso avviso e tutti possiamo contare su un enorme scelta di prestatori di servizi di pagamento.

Ovviamente non c’è rosa senza spine: ci sono banche e prestatori di servizi di pagamento che non permettono pagamenti con PagoPA di importo elevato e c’è (quasi) sempre un piccolo costo da pagare per l’incasso, mentre oggi, ad esempio, RAV e MAV sono pagabili in banca senza costi di incasso (perché i costi di incasso li paga la pubblica amministrazione e quindi tutti noi con le imposte). Però PagoPA ci permette di pagare in tanti modi e anche stando comodamente a casa; insomma se proprio si deve pagare almeno che possiamo farlo sempre nello stesso modo con trasparenza di costi …

Due consigli:

  • se vi arrivano avvisi non PagoPA chiedete a chi ve lo manda perché non ha usato PagoPA, vi ricordo che tutte le pubbliche amministrazioni e i gestori di pubblici servizi devono usare gli avvisi standard PagoPA;
  • se la vostra banca non vi soddisfa come commissioni di incasso di PagoPA guardatevi intorno, ci saranno banche o altri prestatori di servizi di pagamento che faranno pagare di meno statene certi! e quando il sistema si sarà diffuso la concorrenza tra questi soggetti crescerà e sperabilmente pagheremo di meno di oggi…

Per oggi chiudo qui, il tema è ampio. Ci saranno sicuramente altri due episodi a breve relativi ai pagamenti con PagoPA fatti dal sito della pubblica amministrazione/ente creditore e per il pagamento del bollo auto, ma sono sicuro che ci saranno tante domande che vi girano in testa: perché non provare a pormele?

Inflazione, valori nominali e reali, rendimenti

Spesso sentiamo parlare di inflazione e quindi è probabile che sappiamo di cosa si tratti: l’inflazione è l’aumento del livello dei prezzi che causa perdita di potere di acquisto.

Facciamo un esempio: se un kg di carne costa 30 euro ed il nostro stipendio mensile è di 1.200 euro significa che possiamo comprare ogni mese 40 kg di carne (1.200/30); ora, se il prezzo della carne aumentasse in un anno del 10% (quindi ci fosse un’inflazione del 10%) e passasse a 33 euro/kg con il medesimo stipendio potremmo comprarne soltanto poco meno di 36,4 kg (1.200/33) quindi il potere di acquisto del nostro stipendio sarebbe diminuito.

Dal punto di vista tecnico, l’inflazione viene misurata con l’Indice dei Prezzi al Consumo (IPC) che è calcolato ogni mese dall’ISTAT sulla base di un paniere di beni rappresentativo dei consumi dell’intera collettività, ma oggi non parliamo di questo, dedicherò presto un articolo a questo argomento…

Quello che è interessante notare dall’esempio è la differenza tra il nostro stipendio tra il primo anno ed il secondo, quale differenza? direte voi visto che lo stipendio è rimasto sempre di 1.200 euro, ed infatti dal punto di vista del valore nominale lo stipendio non è cambiato, ma è cambiato dal punto di vista del valore reale perché con gli stessi soldi compriamo meno beni. In pratica, per passare dal valore nominale al valore reale andiamo a capire come si è mosso il valore nominale dello stipendio e contemporaneamente come si è mosso l’indice dei prezzi.

Si intuisce facilmente che se la crescita nominale degli stipendi é inferiore al tasso di inflazione finiremmo per stare peggio; nel nostro esempio, anche se il nostro stipendio crescesse del 5% e passasse a 1.260 euro nel secondo anno potremmo comunque comprare solo 38,2 kg di carne quindi saremmo diventati più poveri.

Sembra una cosa banale, ma non lo è… Alzi la mano chi non ha mai sentito dire: “bei tempi, una volta i BOT rendevano il 20% oggi non rendono nulla”. Al di là dell’anomalia attuale in cui addirittura i tassi nominali di interesse sui BOT sono negativi(!!!), ma siamo sicuri che agli inizi degli anni ’80 le cose andassero meglio? proviamo a vedere: nel 1980 i BOT rendevano nominalmente il 20% circa quindi se avessimo investito ad inizio anno 1000 lire (al tempo c’erano le lire :)) avremmo avuto a fine anno 1.200 lire: grandioso! Ma… c’è un ma… anche i prezzi nel 1980 aumentarono di circa il 20%, quindi in termini reali con le 1.200 lire di fine anno avremmo potuto comprare gli stessi beni che potevamo comprare con 1.000 lire ad inizio anno. Insomma patta e pace. E quindi tra le “glorie” dei tassi al 20% e la situazione odierna non sembra esserci più tanta differenza…

Come dicevo sembra banale come osservazione, ma andando avanti vedremo che non lo è affatto perché la nostra percezione può portarci a distorcere la prospettiva e potremmo essere portati a fare delle valutazioni errate. Ma è troppo presto per parlarne! 🙂 Alla prossima puntata!

Leggere il PIL

Tante volte in tv, sui giornali o su internet abbiamo letto che il PIL sale o scende, ma di cosa è fatto il PIL (Prodotto Interno Lordo)? Beh, semplificando il PIL è dato dalla somma

  • dei consumi nazionali delle famiglie e della pubblica amministrazione,
  • degli investimenti (ad esempio automezzi, macchinari, fabbricati)
  • delle esportazioni diminuite delle importazioni
  • dell’incremento delle scorte (se le scorte di magazzino diminuiscono questo valore è negativo)

Ad esempio nel terzo trimestre il PIL è stato pari a 430 miliardi di cui

340 miliardi di consumi “interni” – 260 mld circa di spesa privata e 80 mld circa di spesa delle PA

80 miliardi di investimenti (pubblici e privati)

12,5 miliardi di esportazioni nette (139 mld di esportazioni – 126,5 miliardi di importazioni)

Le scorte sono diminuite nel trimestre di 2,5 mld di euro e cosí arriviamo ai 430 miliardi iniziali

Sempre l’ISTAT ci ha detto che il PIL nel secondo trimestre è aumentato dello 0,1% congiunturale e dello 0,1% tendenziale: che significa?

Che il PIL del II trimestre 2019 è stato più alto dello 0,1% sia rispetto al trimestre precedente (cosiddetto aumento congiunturale), sia rispetto al II trimestre 2018 (cosiddetto aumento tendenziale).

Nel prossimo futuro andremo anche ad indagare come si sono comportate le singole “componenti” del PIL (consumi, investimenti, esportazioni …).

Alcune idee (stupide) di questi giorni

Mi piacerebbe che qualcuno del Governo leggesse questo post ma non succederà… lo scrivo lo stesso per dare qualche informazione…

Comunque:

Non è pensabile imporre ai prestatori di servizi di pagamenti commissioni zero sui pagamenti con carta di debito o credito: si lasci lavorare il mercato…

Non è vero che avere un POS è un costo enorme, ci sono soluzioni economiche senza costi fissi e ci sono prestatori di servizi di pagamento che offrono servizi economici (Satispay sotto i 10 euro non fa pagare commissioni all’esercente, sopra i 10 euro addebita 20 centesimi) 

Mi sembra una boutade la restituzione del 2% su quanto pagato con carta di credito o debito: ci credo poco, vedremo…

Non mi scandalizza l’idea di imporre una tassa sui prelievi da bancomat oltre una certa cifra (1.000/1.500 euro) piuttosto mi chiedo se serva…

Da ultimo: se appare sensato avere un unico documento elettronico per carta d’identità e tessera sanitaria davvero non c’è bisogno di avere assieme uno strumento di pagamento. Sono cose diverse e fare accrocchi del genere danneggia il mercato (vedi sopra)