Parliamo di banche…

Dopo un po’ di tempo eccomi qui di nuovo. Da tempo cerco ispirazione per scrivere di questo argomento che nel dibattito quotidiano è molto divisivo e sul quale accade, talvolta, che ci siano delle persone in buona fede che sostengono una cosa ed anche il suo contrario… Esagero? vedremo alla fine della lettura…

Negli ultimi anni non poche volte abbiamo sentito parlare di banche che sono andate male e nel cui “crack” sono stati coinvolti dei risparmiatori inconsapevoli o truffati. Ma cosa è successo realmente? È successo che alcune banche sono state poste in “risoluzione” e quindi gli azionisti di queste banche hanno perso tutto quello che avevano investito in queste banche come azionisti o come obbligazionisti (quindi avendo prestato denaro). Ma perché queste banche sono state poste in “risoluzione”? perché i loro conti (quelli che comunemente chiamiamo “bilanci”) erano cosí cattivi che quelle banche non potevano piú restare sul mercato. È quello che succede anche alle aziende “comuni” per le quali viene dichiarano il fallimento perché sono in perdita e/o hanno debiti troppo alti che non riescono a ripagare .

Facciamo un approfondimento su questo. Cosa succede quando un’impresa chiude e viene dichiarata fallita? che chi aveva messo i soldi nell’impresa perde tutto perché ci sono i creditori da rimborsare. Per esempio, un’azienda viene dichiarata fallita e e ha all’attivo 400.000 di cui:

100.000 euro di capitale (versato dai proprietari ovvero gli azionisti se si tratta di una società per azioni)

200.000 euro di crediti verso clienti

un immobile che può essere venduto a 100.000 euro

Al passivo invece ha i debiti per 800.000 euro, di cui :

  • 100.000 euro di retribuzioni e TFR verso i dipendenti
  • 130.000 euro verso lo Stato tra imposte non pagate e contributi e IVA non versati
  • 70.000 euro verso la banca che ha erogato il mutuo per l’immobile.

Cosa significa tutto ciò? che pur vendendo l’immobile, bruciando tutto il capitale sociale e riscuotendo tutti i crediti i debitori non riceveranno che metà dei loro soldi. La faccenda è in realtà un po’ piú complicata perché non tutti i creditori dell’azienda hanno gli stessi diritti perché ci sono dei creditori privilegiati: lo Stato per i debiti fiscali, i lavoratori per i loro stipendi, i creditori che vantano un diritto di ipoteca etc. Nella nostra ipotesi significa che dei 400.000 euro di attivo 200.000 euro devono essere utilizzati per pagare lo Stato, i dipendenti e la banca che ha fatto il mutuo e 200.000 euro per ripagare gli altri 600.000 euro di debiti. Un bel problema per i creditori di questa azienda che se va bene prenderanno un terzo di quanto gli spetta…

Ebbene questa situazione può capitare anche ad una banca e spesso è determinata dal fatto che chi ha preso dei soldi in prestito dalla banca non riesce più a restituirli (sono le cosiddette “sofferenze” bancarie) e questo è un problema molto serio perché le banche non prestano soldi propri ma soldi che a loro volta le banche hanno preso a prestito. E da chi? in gran parte dai correntisti privati o aziende che siano e, in minor misura, dagli obbligazionisti o da altre banche o istituzioni.

Solo per statistica in Italia le sofferenze delle banche a giugno 2019 ammontavano a quasi 100 miliardi di euro, le inadempienze probabili (cioè i crediti che rischiano di trasformarsi in sofferenze) a più di 75 miliardi; appena 5/6 anni fa questi importi erano doppi, quindi un problema spaventoso.

Ma torniamo a noi: cosa succederebbe quindi se una banca venisse lasciata fallire? potrebbe succedere che i creditori della banca abbiano più indietro il loro denaro: ma ci pensate? avete il vostro conto corrente e… zac! un giorno vi spariscono tutti i soldi! tremendo… Ma grazie al cielo le cose non stanno cosí: fin dal secolo scorso i soldi del nostro conto corrente sono garantiti fino a 100.000 euro dal Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi (FITD), uno schema assicurativo obbligatorio a cui tutte le banche prendono parte: in buona sostanza se una banca viene liquidata o dichiarata fallita, i correntisti che hanno meno di 100.000 euro sul conto possono stare tranquilli perché in 7/10 giorni il FITD gli rimborserà le somme. Stiamo parlando di cifre sicuramente enormi per una persona comune, mentre le aziende devono stare attente se hanno più di 100.000 su di un conto corrente a capire se la banca è affidabile o meno.

Inoltre, fin dal secolo scorso, è difficilissimo che si lasci che una banca fallisca.

Qualche domanda che sarà venuta leggendo: ma i soldi nel FITD chi li mette? li mettono le banche prelevandoli dagli utili ogni anno (risposta semplificata ma va bene perché di massima è così). Ma quindi i soldi sul conto corrente sono a rischio? no, fino a 100.000 euro di giacenza no, c’è il FITD, oltre quella soglia sì, potenzialmente potrebbero andare persi se la banca venisse posta in “risoluzione”, liquidazione o dichiarata fallita.

In questi sfortunati casi però prima di rimetterci i correntisti chi ci rimetterebbe sarebbero altre due categorie di persone: gli azionisti della banca e altri creditori della banca diversi dai correntisti che hanno prestato alla banca dei soldi senza “privilegi” (gli obbligazionisti non privilegiati).

Tutto chiaro finora?

Allora cosa è successo di così eclatante nei casi tristemente assurti alla cronaca? è successo che ci sono state delle persone che hanno perso tutto quello che avevano investito in alcune banche come azionisti oppure prestando dei soldi comprando delle obbligazioni non assistite da privilegi.

Ma come mai se n’è parlato così tanto? in Italia ogni anno falliscono migliaia di imprese e migliaia e migliaia di debitori ci rimettono i propri crediti e migliaia e migliaia di proprietari ci rimettono i propri capitali come mai allora questi casi delle banche hanno suscitato così tanto scalpore? Ci sono almeno quattro motivi:

1 – migliaia di risparmiatori sono stati sovente spinti a fare un investimento nel capitale delle banche in questione senza capire che i conti della banca erano “cattivi”;

2- migliaia di risparmiatori sono stati spinti anche a prestare dei soldi a queste banche senza privilegio alcuno e senza capire che i conti della banca in questione erano “cattivi”;

3- gli amministratori di queste banche hanno sovente non avuto cura sufficiente dei conti della banca o hanno goduto della loro posizione per prestare denaro in modo clientelare ad imprese ed individui che poi non li hanno restitituiti (le “sofferenze” di cui parlavamo prima);

4- sempre costoro hanno spesso abbellito i conti della banca e hanno nascosto le “magagne” agli ispettori della Banca d’Italia (anche se molte delle situazioni che poi sono diventate irrimediabili erano già all’attenzione da ben prima presso la Banca d’Italia).

Tirando le somme di questa lunga lettura. Spero che a questo punto siano evidenti tre aspetti fondamentali.

Il primo: quando si dice che si devono lasciar fallire le banche si sta implicando che i risparmiatori che hanno prestato soldi alla banca come correntisti possano perdere tutto (sopra i 100.000 euro coperti dal FITD), che i lavoratori perdano il posto di lavoro e che tutto quanto di buono c’è ancora nella banca venga distrutto: è una cosa sensata questa? non è meglio invece cercare di fare della banca in crisi due pezzi (la parte sana e quella malata, la good bank e la bad bank in inglese) come avviene nelle procedure di risoluzione e dare continuità alla parte sana sotto il cappello di una banca piú grande e più forte? davvero sarebbe meglio buttare via il bambino con l’acqua sporca?

Il secondo: quando si dice che le banche non vengono mai lasciate fallire perché lo Stato ci rimette lui i soldi, si dice una cosa semplicemente errata. Negli ultimi anni (salvo il caso di Monte dei Paschi di Siena) lo Stato non è mai intervenuto direttamente a “salvare” una banca coi soldi dei contribuenti, vero che in molti dei casi ha fornito delle garanzie perché delle banche piú forti e grandi si prendessero in pancia i pezzi buoni delle banche messe in risoluzione ma non è affatto detto che questi soldi siano persi, si vedrà con il tempo se le garanzie saranno escusse. Il punto è che i “casini” di cui si è parlato in questi anni sono sorti proprio perché esiste una regolamentazione a livello europeo che impone agli Stati di NON intervenire e che quindi impone che a rimetterci siano gli azionisti della banca ed i creditori non privilegiati (obbligazionisti senza privilegi e correntisti sopra i 100.000 anche se in Italia non è mai successo che i correntisti venissero chiamati a pagare il conto). La regolamentazione europea garantisce che i soldi dei contribuenti NON vengano usati per salvare le banche in crisi…

Il terzo: non è vero che in Italia i banchieri non ci rimettono mai i soldi. In tutti i casi di cronaca degli ultimi anni gli azionisti grandi e piccolo hanno perso tutto. Per i “piccoli” è poi intervenuto lo Stato, per i grandi ci sono state solo le perdite.

Per questa puntata è tutto. Spero che la lettura sia risultata utile per avere qualche strumento in più per la di lettura della realtà.

Alla prossima! e se avete commenti o domande sono qui!

P.S. Nei casi delle banche “risolte” é stato previsto un Fondo a carico dello Stato per rimborsare anche gli azionisti e gli obbligazionisti delle banche, quindi di fatto alla fine chi ci ha rimesso sono stati i contribuenti in contrasto teoricamente con la normativa europea, ma come mai? L’intervento dello Stato (coi nostri soldi) è dovuto al fatto che la stragrande maggioranza dei risparmiatori sono stati truffati al momento di investire o di prestare soldi a queste banche. Gli amministratori di queste banche sono quasi tutti a processo e moltissimi sono stati multati dalla Banca d’Italia per ostacolo alla vigilanza.

Gli italiani avranno imparato la lezione? io non credo, visto che il caso della Popolare di Bari non è dissimile da quelli delle popolari venete. Serve disperatamente più cultura finanziaria. Ed io nel mio piccolo sto cercando di fare qualcosa…

Chi conosce PagoPA? episodio 2

Dopo un po’ di tempo sono di nuovo qui a scrivervi di PagoPA. Sono sempre di più le pubbliche amministrazioni che permettono di pagare con PagoPA e di solito evidenziano questo utilizzando il logo PagoPA. Ma se avete ricevuto un avviso e volete pagarlo dal sito della pubblica amministrazione come si fa? questo è di solito scritto nell’avviso quindi provate a leggere bene la parte superiore dell’avviso.

Se decidiamo di pagare dal sito della PA ci viene chiesto o il codice dell’avviso oppure ci viene permesso di entrare nel sito con SPID e lí troviamo il nostro “estratto conto”.

Usiamo come esempio PiemontePAY (https://pay.sistemapiemonte.it/epayweb/): se il vostro comune ha aderito a PiemontePAY lo avrà indicato nell’avviso, andando sulla pagina di PiemontePAY voi potrete pagare o scegliendo Accesso libero e poi digitando il codice dell’avviso oppure scegliendo Login e accedendo con SPID troverete l’estratto conto da dove potrete procedere per pagare.

Pagina iniziale PiemontePAY
Pagina dopo selezione Accesso libero
Schermata PiemontePAY dopo selezione Login e accesso con SPID

Con l’accesso libero si possono fare anche dei pagamenti spontanei (quindi quelli per i quali non abbiamo ricevuto l’avviso), mi raccomando sempre che il nostro comune abbia aderito a PiemontePAY e vi abbia detto che questo è possibile :). Per scoprire se il vostro comune ha aderito basta scegliere Paga con PiemontePAY in una delle due pagine precedenti.

Pagamento spontaneo su PiemontePAY

Nel caso del pagamento spontaneo ci vengono richiesti i Riferimenti (Passo 1) ed i Dati personali (Passo 2), se utilizziamo lo IUV veniamo proiettati direttamente al passo 3 Riepilogo. Io per fare un esempio ho simulato un pagamento per il Comune di Biella.

Dopo il passo 3 si viene inviati su una pagina web che è sempre uguale in tutta Italia e ci viene chiesto se vogliamo entrare con SPID oppure con la mail, entrando con la mail appare questa videata:

Accettando le regole per la privacy continuiamo e ci troviamo poi su questa pagina:

Se scegliamo Carta di credito/debito e digitiamo il numero della nostra carta di credito sarà il sistema a proporci l’alternativa più conveniente in termini di condizioni e ci verrà chiesto se vogliamo salvare questa preferenza per le volte successive.

Se scegliamo Conto corrente faremo un bonifico on line per i quale troveremo tutti i campi compilati e che dovremo solo confermare il che è molto comodo non è detto che troveremo la nostra banca perché non tutte le banche lo permettono… 😦 Se ci piace avere il bonifico online per i pagamenti con PagoPA quindi dovremo cambiare banca… 😉

Se scegliamo Altri metodi di pagamento troviamo due cose interessanti:

Selezione Altri metodi di pagamento

Satispay ci permette di pagare senza commissioni, si sceglie Satispay, poi si apre l’app sul telefono e si conferma l’operazione ed in pochi secondi abbiamo fatto.

Se invece abbiamo una carta Bancomat possiamo chiedere alla nostra banca di abilitarci a Bancomat PAY (ci chiederanno un numero di telefono dal quale confermare la transazione) una volta che saremo abilitati potremo usare il Bancomat e cosi non abbiamo bisogno né della carta di credito né di Satispay o PayPal.

Una volta completato il pagamento sull’indirizzo mail indicato arriverà la Ricevuta Telematica che dovremo conservare.

Se interrompiamo il pagamento ci arriverà comunque una Ricevuta Telematica ma con esito negativo.

Spero che questo piccolo excursus sia stato utile. Se vi va potete anche guardare il video ufficiale su https://www.pagopa.gov.it. E se avete domande o dubbi commentate pure! A presto!

Come si costruisce la nostra pensione?

È di questi giorni la notizia che il Ministero del Lavoro ha comunicato che il tasso di rivalutazione del montante contributivo “accumulato” dai lavoratori presso l’INPS per il 2020 è pari all’1,8254%. Ma che vuol dire in concreto per noi? come si calcola la pensione?

Anzitutto chiarisco che stiamo parlando del solo mondo “Contributivo” ovvero quello tipico di tutti coloro che hanno iniziato a lavorare dal 1 gennaio 1996 e che si applica a tutti i lavoratori dal 1 gennaio 2012.

Nel mondo contributivo la pensione di domani dipende da quanto versiamo oggi tra l’impresa in cui lavoriamo e noi stessi. Ogni mese circa il 33% della retribuzione lorda viene accantonata presso l’INPS, il lavoratore di solito ci mette circa il 9% della retribuzione e l’azienda circa il 24%. In pratica, è come se avessimo una specie di “conto” presso l’INPS che cresce ogni mese di circa il 33% della nostra retribuzione lorda mensile, quindi, facendo un esempio, un lavoratore che ha un retribuzione mensile lorda di circa 2.000 euro ogni mese vede “accreditati” su questo “conto” circa 660 euro ogni mese, quindi (con tredici mensilità) circa 8.580 euro ogni anno.

Queste somme non restano infruttuose e ogni anno legalmente abbiamo diritto ad una rivalutazione, insomma è come se queste somme sul nostro “conto” maturassero un “interesse”, la cifra di cui parlavamo all’inizio (1,8254%) è proprio l’interesse maturato sui contributi versati fino al 31/12/2018. Per cui, riprendendo il nostro esempio, se il lavoratore fosse stato al suo primo anno di lavoro nel 2018, ad inizio 2020 avrebbe sul suo “conto”:

  • gli 8.580 euro accantonati nel 2018
  • gli 8.580 euro accantonanti nel 2019 (supponendo che non abbia avuto variazioni retributive)
  • 156,62 euro che sono la rivalutazione degli accantonamenti del 2018 (8.580*1,8254%)

in totale quindi il nostro lavoratore avrebbe un montante contributivo pari a 17.316,62 euro.

Ma da cosa deriva il “tasso” (più correttamente coefficiente) di rivalutazione dell’1,8254%? il coefficiente è pari al tasso medio di variazione del PIL nominale del quinquennio 2014-2018. Che vuol dire? abbiamo parlato qualche tempo fa di valori nominali e valori reali, ma facciamo un esempio: nel 2018 il PIL è aumentato dello 0,9% % ma il PIL è una grandezza reale e le grandezze del PIL sono soggette ad inflazione, quindi dal punto di vista nominale l’ISTAT ci dice che il PIL nel 2018 è aumentato dell’1,7% (che vale a dire che i prezzi delle componenti del PIL sono aumentati nel 2018 dello 0,8%).

In pratica più cresce il PIL più il nostro “conto” presso l’INPS aumenta, quindi dobbiamo alacremente contribuire a far crescere l’Italia per il nostro stesso tornaconto! 🙂

Ma che c’entra tutto questo con la nostra pensione? beh, ora sappiamo che anno dopo anno noi e la nostra azienda “versiamo” dei soldi in questo conto presso l’INPS (la nostra posizione previdenziale, detta più correttamente) e questi soldi sono rivalutati in base a come va il PIL (nominale per esser precisi). Detto che la somma delle somme versate e dei rendimenti nei vari anni si chiama montante (ne abbiamo parlato qualche tempo fa), ognuno di noi quando andrà in pensione avrà un proprio “gruzzolo” ovvero un montante contributivo, questo montante sarà quindi trasformato in una rendita annua attraverso un coefficiente di trasformazione del montante in rendita, questi coefficienti sono stabiliti per legge e dipendono dall’età.

Ad esempio, il coefficiente di trasformazione per i lavoratori che vanno in pensione nel 2020 a 67 anni è pari al 5,604%, il che vuol dire che il lavoratore riceverà ogni anno come pensione il 5,604% del proprio montante retributivo. Volendo quindi riportarci all’esempio di cui sopra, se il nostro lavoratore (dopo soli due anni di lavoro) andasse in pensione di vecchiaia nel 2020 avrebbe una pensione pari a 970 euro all’anno (17.316,52*5,604%) pari a circa 75 euro al mese per 13 mensilità. Un po’ pochino, vero? ecco perché serve versare contributi per tanti anni…

In pratica quindi tutti noi ci costruiamo da soli la nostra pensione quindi è assolutamente importante che il nostro datore di lavoro ci versi i contributi altrimenti da anziani ci ritroveremo con un montante contributivo basso e di conseguenza anche con una pensione bassa.

Abbiamo oggi parlato della pensione pubblica (il cosiddetto “primo pilastro pensionistico”), in futuro parleremo anche della pensione integrativa (“secondo pilastro”).

C’è un utile servizio sull’INPS che ci aiuta a stimare l’importo della nostra pensione futura, chi fosse interessato può commentare o contattarmi.